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Varesenews 2016

Il mosaico della scuola che fa impazzire tutto il paese

Il centro contagiato da una vena artistica da quando ha aperto una bottega che fa arrivare giovani da tutta Europa. Anche i bimbi delle elementari hanno imparato l’antica arte delle “tessere”

La mamma che posta sulla pagina Facebook la foto della facciata della scuola con un bosco fatto a mosaico e scrive: «Meraviglioso lavoro creato da tutti i bambini della scuola!!complimenti a loro e al loro maestro».
È proprio il caso di dirlo: a Brenta, son tutti pazzi per i mosaici, e vi spieghiamo il perché.
E allora un giro nel paese vale la pena farlo, per scoprire come dalla toponomastica delle strade alla decorazione dei vicoli, dalle insegne dei negozi alle strane creature che prendono vita grazie a un gioco di colori formato da tante tessere, il piccolo paese della Valcuvia si è un po’ trasformato.
Il merito è di un giovane artista e di un progetto caldeggiato dall’amministrazione comunale: c’era uno spazio, lungo la strada principale, dove qualche anno fa era aperto un esercizio pubblico, che sarebbe rimasto inutilizzato per la chiusura dell’attività. Allora l’amministrazione comunale ha pensato di offrirlo in comodato d’uso per l’apertura di una bottega d’arte, un’officina dove un artista del paese di neppure trent’anni, Andrea Sala, realizza le sue opere. In cambio fornisce progetti culturali che arricchiscono il borgo, coinvolgendo grandi e piccini.
Da qui l’idea di realizzare per esempio il grande mosaico della scuola. «Un lavoro artistico composto assieme ai bimbi – spiega Andrea – . Siamo partiti disegnando il tema dell’opera: il bosco e gli animali. Poi, sempre assieme ai piccoli è stato predisposto tutto l’occorrente per realizzare l’opera: grazie ai contatti con alcuni piastrellisti della zona sono stati recuperati materiali di scarto, prevalentemente piastrelle, rotte col martello insieme ai bimbi per avere così le tessere del nostro mosaico. Il lavoro è stato realizzato in un mese e mezzo e il risultato è un’opera di un metro per sei».
E non è il solo esempio di coinvolgimento con gli studenti: anche nella vicina Gemonio è stata realizzata un’installazione artistica simile.
Come accennato anche altre parti del paese sono rimaste travolte da questa vena artistica: molti numeri civici, per esempio, sono stati realizzati sotto forma di mosaico.
i mosaici di brenta
Nella piccola piazzetta c’è una bella ragazza di spalle che si aggiusta una treccia di capelli scuri, anche lei è un mosaico.
L’agenzia di pratiche automobilistiche ha il suo mosaico in bella mostra: ovviamente si tratta di un colorato maggiolone. Lo stesso dal carrozziere, sopra l’insegna della parrucchiera, e in diversi altri angoli del paese.
Presto ne verranno posti altri, per arredare il percorso della pista ciclabile che si pensa di far passare fra le strade del centro storico. Due grandi opere saranno posizionate lungo la statale in entrata e in uscita dal paese.
Andrea racconta di aver studiato questa tecnica a Ravenna, all’accademia delle belle arti e di averla “esportata” qui in Valcuvia.
Intorno a questo progetto si sta sviluppando un ambiente artistico che attira molti giovani che l’anno scorso hanno dato vita ad una sorta di “contest” dedicato al mosaico (nel video qui sotto) , realizzando in loco molte delle opere con un tema – la finestra – che oggi trovano posto sui muri del paese.

A giugno l’appuntamento si ripeterà e c’è da scommettere che a Brenta, in molti stanno già aspettando questo momento per vedere quale figura prenderà forma sotto casa.

di Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

Menta e Rosmarino 2015

   


Mosaico oggi: "co-musivo" Video, Performance di Andrea Sala e Giulia Alecci

(maggio 2012)

di Luca Maggio

http://lucamaggio.wordpress.com/2012/05/24/mosaico-oggi-co-musivo-video-performance-di-andrea-sala-e-giulia-alecci/



 
In occasione del finissage di After After 2012, lo scorso 28 aprile, è stato proiettato all’interno della niArt Gallery il video co-musivo di Andrea Sala e Giulia Alecci.

I due artisti hanno usato i loro corpi come tele e specchio dell’altro per dipingere una “seconda pelle di tessere”. I due esseri umani, Giulia e Andrea, hanno messo in comunione quanto potevano di se stessi, centimetro per centimetro, realizzando un lavoro intenso e coinvolgente: durante la proiezione si sono tenuti stretti, abbracciati, davanti alle immagini che scorrevano, dopo aver significativamente condiviso un piccolo quadratino di cibo.

Dunque il mosaico può anche essere questo, elastico, effimero (in quanto a durata), video and body art.

Alcuni anni fa in Marocco vidi degli henné stupendi e annotai un’idea che, senza saperlo, questi ragazzi hanno in parte realizzato.

Da sempre e in diverse culture l’uomo si tatua per i motivi più svariati: appartenenza a un gruppo, rito religioso, propiziazione, scaramanzia, segno del passaggio all’età adulta, etc.

Il mosaico, sino all’altro ieri fratello minore dell’arte contemporanea, è oggi libero, maturo, capace di confrontarsi con qualsiasi altro linguaggio: ha ormai passato la propria iniziazione.



Come nasce l’idea di co-musivo?

G.A.: Co-musivo nasce come reazione al tempo fisso del mosaico. Elasticizzare sulla pelle il reticolo bizantino per farlo respirare e vivere per qualche ora, renderlo morbido e mobile, pensare a come i suoni del corpo si potessero legare al disegno di una tessera sulla pelle ci è sembrato un esperimento a cui non si poteva rinunciare.

Ci piaceva pensare al mosaico legato direttamente a una prima persona, de-storicizzarla ed immaginarci nei panni pesanti ed importanti dei santi e personaggi dei mosaici di Ravenna. Quei panni li abbiamo poi realmente indossati, con un tempo e una comunione nel lavoro che lo ha consolidato per me, proprio durante la sua esecuzione, come valido.

La curiosità e l’affetto sono stati indispensabili e decisivi, la prima ne è uscita piena di domande e la seconda rafforzata.

A.S.: Questa nostra performance oltre ad essere interessante da un punto di vista materico e visivo, in particolare di come il disegno di un reticolo di tessere si adatti a un corpo, trovo che esprima, raffiguri e descriva ciò che accade fisicamente e spiritualmente in una relazione di coppia.

Una persona analizza e frammenta in infinitesime parti l’altro e allo stesso tempo gli crea una nuova pelle, una nuova veste a seconda della sua manualità e sensibilità. È un azione reciproca che svolgiamo inconsciamente a livello fisico e astratto; grazie all’altro che ci disegna e crea una nuova pelle possiamo scoprire un nuovo modo di vivere e abitare il nostro corpo e veniamo totalmente condizionati e travolti.

Quando invece una relazione finisce, ci troviamo con il nostro corpo ancora tutto ricoperto dell’essenza dell’altro, e la parte più difficile arriva quando dobbiamo pulirlo per tornare noi stessi nella nostra solitudine. Se decidiamo di non pulire questo corpo da soli sarà il tempo che da solo penserà a far sbiadire e a cancellare la “pelle” che l’altro ha creato su di noi.



Alla fine della performance eravate visibilmente emozionati: era il vostro primo lavoro sul corpo e col mezzo del video? Cosa avete provato? Avete altri progetti comuni o comunque pensate di tornare a collaborare insieme?

G.A.: Essere vestita da e per mano di Andrea è stato molto emozionante. Mi ha conosciuta, misurata e sentita attraverso e sulla pelle. Lavorare con il corpo è stato intenso, ci si rende conto che il respiro, il battito cardiaco, la pelle d’oca, i riflessi muscolari sono vettori che possono parlarti fisicamente di emozioni. Parlare poi con il corpo ad altri, riuscire a dire qualcosa veramente e mantenerne un senso – senza troppe ambiguità – esternando le emozioni sentite in prima persona e il contenuto che le ha mosse, è per me indice di un’immensa forza e controllo. Alla prima esperienza posso dire che, guardando il lavoro di artisti che hanno deciso di agire con il corpo, non posso che accorgermi di come la loro scelta sia coraggiosa ed impegnativa.

Non è facile significarequalcosa con il corpo, sopratutto venendo da una realtà quale il mosaico, in cui il lavoro che c’è dietro è in qualche modo chiuso nella suo tempo ed esecuzione e rimane, strettamente parlando, individuale.

Lavorare con Andrea, sia nel mosaico che nella vita, è stata un’esperienza interessantissima, colma di propositi e suggestioni. Spero ovviamente di continuare ad averlo vicino per condividere nuove realtà.

A.S.: Lavorare e dipingere il proprio corpo è un’esperienza istintiva e primordiale: specialmente quando tutto il corpo viene dipinto da un’altra persona, impari a risentire, stimolare e riprendere coscienza della parte fisica del nostro corpo.

Utilizzare il proprio corpo è come mettersi in gioco e mettersi nudi davanti ad un azione che agisce direttamente sulla tua pelle: non esiste più nessun tramite o mezzo, ma esiste solo una comunicazione tra l’io il pennello e l’altra persona.

Lavorare con Giulia  è stato intenso e coinvolgente perché la sua pazienza e sensibilità si sposano perfettamente con le caratteristiche del mosaico.

Spero di tornare a lavorare con la body art perché mi ha aiutato semplicemente ad ascoltare il mio battito e quello di Giulia, e questa è una cosa tanto semplice ma allo stesso tempo difficile e complessa.



Conosco la poetica di Andrea, incentrata sulla ricerca della relazione. Mentre tu, Giulia?

Del mosaico mi affascina la costruzione, come in un’edilizia in cui ogni elemento per somma va a comporsi. La geometria che ne può scaturire deve essere composta per formare un corpo in cui il bilanciamento, la direzionalità e le masse devono misurare e battere un ritmo. Mi piace sempre, quando guardo un mosaico, pensare al ritmo specifico della mano che lo ha costruito, alla sua concentrazione ed intenzione.

L’uso di materiali alternativi che possono alleggerire la pietra e la tendenza a lavorare in piccolo mi aiutano a trovare piccole architetture nel mosaico, in cui la concretezza della tessera è davvero come rafforzata dall’interstizio, che nonostante sia realmente un intervallo di spazio e tempo, vuoto, mi si presenta come pieno, minimo, segreto e suscettibile.

Fare mosaico significa impostarne la permanenza, la ripetizione che ne dà il senso, l’ordine, il gesto, la sonorità del taglio, di nuovo la ripetizione. Anarchicamente si mette ordine, si presta ascolto a una piccola presunta porzione di cosmo e questo, nei suoi vari momenti, può significare molto.




Mosaico oggi: intervista ad Andrea Sala

(novembre 2011)

di Luca Maggio

http://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/24/mosaico-oggi-intervista-ad-andrea-sala/



 
Andrea Sala (Angera, Varese, 1986): ti sei formato diplomandoti presso la Nuova Accademia di Belle Arti “N.A.B.A.” di Milano, in particolare nel corso di Graphic Design & Art Director, sei dunque un esperto di grafica digitale con tutto ciò che questo comporta in termini di velocità e virtualità. Poi hai deciso di cambiare rotta e ti sei iscritto all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, corso di Mosaico, arte che richiede silenzio, tempi lunghi, manualità, materia: cosa volevi scoprire con essa? Hai trovato punti di incontro con la tua precedente esperienza?

 Proprio così: ho trascorso quattro anni intensi e stimolanti a Milano, a studiare il mondo della grafica e della comunicazione in un ambiente frenetico e competitivo, troppo poco sensibile e poetico per la mia emotività. Appena terminati gli studi del corso triennale, ho dovuto fare una pausa e scollegarmi da tutto ciò che mi circondava per riprendere contatto con me stesso.

Così nell’estate del 2009 mi sono trasferito per un mese in un piccolo ecovillaggio a 1400 metri sui monti della Val Leventina in Svizzera. Un luogo meraviglioso raggiungibile solo dopo un ora e mezza di cammino. Qui ero lontano da tutto ciò che era urbano; ho accantonato il mio portatile e ho ri-iniziato a usare le mie mani per lavorare nell’orto, tagliare la legna e in tutto ciò che consiste una vita semplice e dura. Giorno dopo giorno sentivo che una parte di me si stava riscoprendo e stava trovando il suo equilibrio attraverso il silenzio, i ritmi lentissimi e il lavoro fisico. È stato come compensare tutto ciò che in quattro anni la città di Milano non mi aveva dato.

Poi è arrivato settembre e una volta sceso dai monti ho dovuto rimettere in discussione la mia vita. Volevo continuare a studiare nel campo dell’arte e ho scoperto per caso il corso di Mosaico presso l’Accademia di Ravenna, così sono andato subito a visitarla e ho trovato un luogo affascinante nel quale ho potuto ritrovare un ritmo coinvolgente, stimolante e dove finalmente ho avuto l’opportunità di esprimere me stesso e tutto il caos che avevo dentro attraverso una ricerca materica. I processi creativi erano simili a quelli che avevo già affrontato negli studi della grafica pubblicitaria, ma il tutto animato da libertà e ricerca interiore e personale. Questa volta non dovevo più pensare a come pubblicizzare un determinato prodotto, ma semplicemente ho iniziato a dare forma e immagine al mio modo di sentire l’esterno. Ho capito che il mio unico vero futuro era ri-imparare da capo.



Ho visto alcuni tuoi lavori lo scorso ottobre nella mostra Frammentamenti e ultimamente ai Chiostri francescani, sempre a Ravenna, nella saletta dedicata alla collettiva dell’Accademia Avvistamenti, fra i percorsi del festival biennale internazionale RavennaMosaico, ho trovato notevole il tuo Inconscio collettivo, lavoro povero, in quanto a materiali, e complesso a un tempo, in cui ciascuna delle 683 tessere sospese in un reticolo ha valore di 100.000 persone (benché ormai siamo diventati 7 miliardi su questo pianeta) e, a seconda dei continenti, alcune erano più grezze, corrispondenti ai paesi più poveri, altre più lavorate e definite, corrispondenti al nostro occidente, con l’unica eccezione della tessera nera con inserto d’oro, ovvero Israele (che a me ha ricordato la Gerusalemme un po’ mitica delle mappe medievali). 

Altri artisti mosaicisti come Valérie Colombel lavorano sulla sospensione degli elementi, sebbene per ottenere forme precise, mentre queste tue opere mi hanno fatto pensare a un’eco dell’aritmismo di Nittolo ma in terza dimensione, con le tessere finalmente libere nell’aria, e si potrebbero citare numerosi altri casi di artisti che giocano “sul filo” delle cose.

Cosa ti ha spinto verso queste soluzioni? E, più in generale, ti chiedo di parlare della tua poetica.



La mia ricerca artistica relativa ai lavori dove utilizzo delle tessere legate tra di loro è nata dalla necessità di esplorare le infinite relazioni e legami tra le persone.

Legando insieme tessere attraverso l’uso di fili o spaghi nel vuoto, i singoli elementi osservati, mentre fluttuano nell’aria, acquistano maggiore importanza e diventano immagini concettuali che vogliono invitarci a osservare i nostri rapporti sociali come “una rete di tessere legata tra di noi” con schemi visivi diversi ogni volta.

Ho da sempre osservato con grande attenzione e curiosità le relazioni umane tra le persone che mi circondano e quelle del mondo intero. Ho potuto così percepire certi aspetti di questi legami apparentemente invisibili.

Ciò che ho voluto rappresentare attraverso l’opera Inconscio collettivo è stato un immensa rete composta di svariate forme e colori di tessere che si sorreggono a vicenda, anche se a volte ci sono delle mancanze che causano poca forza e instabilità.

Trovo che sia una metafora perfetta della nostra umanità ora che, per la crisi economica mondiale, ci stiamo accorgendo di come siamo davvero tutti collegati, che ogni nostra singola azione e acquisto ha un effetto globale, e che a sua volta si riproduce in scala locale; quindi ben venga se vogliamo parlare di globalizzazione ma nel modo etico ed equo, perché siamo davvero tutti collegati più di quanto siamo abituati a crederlo, non solo dall’economia ma anche da fattori psichici come quelli analizzati da Carl Gustav Jung nelle sue affascinanti teorie, ad esempio riguardo questa parte della psiche che è comune all’intera umanità, denominata appunto “inconscio collettivo”.

Recentemente con questa stessa tecnica ho realizzato una serie di opere intitolate Relazioni Urbane, Relazioni Rurali, Relazioni virtuali e Relazioni clandestine, dove ho cercato di trasformare in immagini diversi tipi di relazioni sociali a seconda del luogo in cui si abita, attraverso differenti schemi compositivi.

Di indispensabile aiuto per questa ricerca è stata la possibilità che ho avuto di vivere per brevi periodi in luoghi differenti tra loro, dove ho avuto modo di sperimentare su me stesso diversi tipi di legami sociali: ogni luogo racchiude in sé determinate caratteristiche, simili tra loro e al tempo stesso distinte per peculiarità e ritmo; ogni luogo può arricchirci se ce ne lasciamo coinvolgere e contaminare, sia per comprendere meglio le caratteristiche delle nostre origini, sia per metterle in discussione.



So che presto sarai a Parigi: sperimentare nuovi luoghi è parte preziosa della vita, come ricorda lo stesso Kavafis nella bellissima Itaca. Nella tua esperienza poi è parte integrante del processo analitico e creativo. Non posso che concludere domandandoti se hai progetti futuri a breve o lungo termine e quali sono le tue aspettative da questo viaggio?



Sì, sono in partenza per Parigi alla ricerca di nuove collaborazioni artistiche: ciò che mi aspetto da questa città è il lasciarmi coinvolgere fino in fondo e trarre spunti per nuove ricerche come faccio ogni volta che ho la possibilità di viaggiare.

Progetti per il futuro? Le mie opere, in particolare quelle sulle relazioni sociali, sono una serie di analisi con l’obiettivo di inventare e di promuovere un nuovo luogo (possibilmente un villaggio abbandonato, visto che in Italia ne abbiamo tantissimi), dove si possano stabilire dei legami alternativi tra le persone per dare vita ad un progetto artistico, culturale e comunitario, che possa essere sostenibile e da modello per le generazioni future, che sono sempre più instabili e disorganizzate a rispondere ai nuovi problemi che il mondo sta ponendo: dalla crisi economica, alla gestione delle risorse, sino agli effetti culturali e sociali della globalizzazione.

Tutto quello che mi spinge a cercare una soluzione di vita sostenibile e circondata dall’arte è una nostalgica avanguardia.

Sarai il benvenuto ovviamente e grazie per l'intervista.